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DOVE SI RIUNISCONO LE FATE

Spirava una leggera brezza quella mattina. Lei si godeva la vista di quel mare che lentamente si risvegliava. I lidi riprendevano lentamente le loro attività e il lungomare si iniziava ad affollare di persone che facevano jogging, godendo della salsedine e del silenzio di quelle prime ore del nuovo giorno. “È facile essere in equilibrio in questi momenti, quando l’azzurro del mare si confonde con le pennellate di luce del nuovo mattino e Dio lo ritrovavi nell’odore dei cornetti appena sfornati, nel lento ticchettare delle scarpe sul selciato e nella felicità di una nuova famiglia che ha progetti di vita misteriosamente normali”, aveva pensato Grazia in quei momento. Anche lei ora era lì e un qualsiasi spettatore esterno poteva godere di quella scena meravigliosa: una donna sola, dall’abbronzatura dorata e con i cappelli tirati indietro, un taccuino sulle gambe e uno sguardo perso verso l’orizzonte. Il pareo le serviva più per conservare la dignità di trentenne che per la pudicità che garantiva quel piccolo lembo di stoffa. Grazia era assorta nei suoi pensieri: viva, rilassata ma con un uragano di pensieri che le affollavano l’anima. Riprese coscienza di dove si trovava in quell’istante, rilesse velocemente le poche righe scritte e si scoprì non essere sola (Rita).

L’aveva notata quella ragazza schiva ma affascinante. Era stata ad ammirarla velocemente prima di avvicinarsi a lei. Non voleva destarla da quel suo sogno ad occhi aperti, ma voleva inebriarsi del suo odore. Si era pian piano avvicinato, sedendosi poco distante, su quel muretto bianco che iniziava a essere corroso dal mare. L’aveva notata perché continuamente scriveva su un taccuino beige e sembrava rapita da un’estasi. Voleva sapere chi era, ma soprattutto voleva sapere cosa poteva raccontargli la sua vita. Erano galassie molto prossime ma che non condividevano ancora nulla. Si avvicinò ancora un po’ e formulò una di quelle frasi che servono solo a rompere l’imbarazzo fra due sconosciuti: “E’ bello il mare al mattino, vero?”. Un secondo dopo averla detta si scoprì un idiota nel dire la frase più non-sense che potesse. Lei si girò, abbozzò un sorriso che rappresentò la sua risposta, tanto educata quanto distaccata. Ormai Nico era sicuro di aver sbagliato a giocare le sue carte, ma ritirarsi subito avrebbe significato che era lì solo per uno scopo e ora, non avendolo raggiunto, scappava via a gambe levate. Restò qualche istante a osservare l’ennesima placida onda e girò le spalle. Mentre il suo corpo iniziava ad allontanarsi da lei, sentì bisbigliare: “Si, è l’ora in cui ogni anima trova pace e il cosmo, il proprio micro cosmo, è in equilibrio”. Nico, si voltò e guardò negli occhi quella ragazza dall’odore di rosmarino e timo (Filomena).

Grazia aveva accolto inizialmente con brutale distacco le parole di quel ragazzo che le si era avvicinato. Dopo la sua frase inziale aveva subito pensato: “mi mancava il principe della banalità a prima mattina”. Aveva risposto con un sorriso, ricordando gli insegnamenti della nonna, come a dire: grazie per le (ehm) belle parole ma oggi non sono interessata a fare conversazione. Poi, come in un film, gli erano passati dinanzi tutti gli uomini conosciuti negli ultimi mesi. Aveva dato retta a gente più idiota e più banale e si era ridestata, dopo qualche secondo, rispondendo con una frase che descriveva il suo stato d’animo. Forse si era scoperta fin troppo per dar retta a uno sconosciuto, ma poi si disse: “ma si, oggi va così; voglio essere solare come questo estivo giovedì”. Allungò un braccio e pronunciò il suo nome, il ragazzo balbettò qualcosa prima di dire il suo. Aveva solo capito che si chiamava Nico. Da quelle mani che si erano strette per una fugace presentazione, era iniziato un discorso lungo sui significati che ognuno di loro dava al mare al mattino, scoprendosi così diversamente simili. Entrambi erano affascinanti dall’eterno susseguirsi del mare e dalla sua instancabile decisione di ripetersi, di tentare di raggiungere un lembo di sabbia che non era stata ancora lambita dall’acqua. Per Grazia il mare era l’espressione dell’eterno tentativo di andare oltre i propri limiti. Erano quasi le 9 del mattino quando si accorsero che il lungomare stava riprendendo la sua vitalità. Decisero così di ritornare alle loro vite. Si salutarono e decisero di scambiarsi i loro numeri per un eventuale aperitivo di lì a qualche giorno. Grazia riprese la strada interna che l’avrebbe portata alla villetta dei nonni, quella che era rimasta in dote a tutti i cugini e che quella settimana toccava a lei poter sfruttare. Mentre ripercorreva le conosciute stradine si perse nei colori degli oleandri che facevano da silenziose sentinelle negli angoli di ogni villetta (Giulia).

Nico prese la strada per il suo resort. Avevano trascorso qualche ora insieme e il tempo sembrava essere volato via con Grazia. Era davvero una bella ragazza, ma non di quella bellezza fisica, che non mancava, ma di una bellezza eterea, dell’anima. Ora aveva ancora nel naso il suo odore e fra le mani la sua ancora di salvezza, il contatto che gli avrebbe permesso di non perderla. Di lei sapeva più cose intime che banalità. Non sapeva perché era lì anche lei, se avesse dei fratelli, come si chiamassero i suoi genitori, cosa facesse nella vita. Ma sapeva cosa pensava del mare, cosa significava per lei svegliarsi presto per godere della salsedine della mattina. Sapeva il suo colore preferito, la sua voglia di vivere nonostante le delusioni della vita. Conosceva alcune sue ferite, mostrate timidamente senza mai esporle totalmente. Quel giorno aveva il sapore di qualcosa di nuovo. Era certo che quell’incontro non fosse stato casuale, ma voluto. Si, il destino stava giocando a dadi con le loro vite, ma lui era felice di non sapere quale fosse il risultato. Rientrò nel resort, l’animazione lo accolse per l’inizio della giornata. Ragazzi pieni di energia, giovanissimi che non avevano conosciuto molto dell’amore se non fugaci apparizioni infantili o passionevoli momenti in cui i loro corpi si erano fusi con partner occasionali. Quel mattino consumò solo un caffè poiché si sentiva pieno. Ma sapeva che non avrebbe dovuto strafare neanche con Grazia. Doveva dare tempo alle emozioni di sedimentarsi e al cuore di ragionare. Così spense il telefono e decise di rinfrescarsi in piscina, mentre le canzoni di Vasco Rossi riempivano l’aria del resort dando il buongiorno ai villeggianti (Giancarlo).
Era solo mercoledì pomeriggio. Erano trascorse 30 ore soltanto da quando si erano salutati, ma Grazia sentiva un piccolo vuoto. Non sapeva ancora dire se Nico le piacesse, ma era il ragazzo più intelligente che avesse conosciuto negli ultimi due anni. 24 mesi di disastrosi incontri, casuali o organizzati, ma sempre con lo stesso risultato: la creazione di un deserto sentimentale, senza neanche un’oasi. Nonostante questo voleva aprirsi a nuove conoscenze. E Nico sembrava essere il conoscente con cui almeno poter parlare un po’ più approfonditamente di qualcosa che andasse al di là di Ibiza o Gallipoli, dell’ultima canzone di Enrique Iglesias o del tormentone di J-Ax e Fedez. Insomma si riusciva ad andare al di là delle banalità con cui si era imbattuta troppo spesso.

Grazia pensava anche che Nico potesse essere la giusta persona per una passeggiata rilassante, per rivedere quel posto che suo nonno, ormai decine di anni fa, le aveva fatto scoprire in una fantastica giornata di agosto. Non ricordava per bene come ci si arrivasse, ma decise di cercarlo su internet. La ricerca “Sentiero delle fate”, la porto su uno strano sito, di ragazzi che condividevano i posti dove era bello fare l’amore (almeno così intese a primo impatto). Il sito rimandava a un app. Con un po’ di vergogna scaricò quell’applicazione e scoprì che non era il solo posto in zona dove potersi “appartare”, ma che fra quelli che erano stati indicati era sicuramente il più bello. C’erano, infatti, 12 commenti, tutti estremamente positivi. Addirittura una certa Giò lo consigliava alle sue coetanee per poter trascorrere il momento indimenticabile di una estate. Fra la vergogna e lo stupore decise di conservare l’app e di segnare il Sentiero delle fate fra i suoi preferiti. Poco dopo inviò un messaggio a Nico chiedendogli: “Sei libero stasera verso le 18? Vorrei portarti a vedere il mare da un luogo fantastico. È uno di quei posti che mi ricordano il passato e mi piacerebbe fartelo vedere” (Davide).

Era davvero incantevole il mare da quella stradina. Poche auto la percorrevano, forse perché conosciuta solo dagli abitanti del posto. “Mio nonno mi diceva che qui le notti d’estate, si riunissero le fate che festeggiavano l’allungarsi delle giornate e gli attimi di felicità degli uomini che si godevano il riposo. E sempre secondo la leggenda, ogni qualvolta volevano stupire i cuori romantici che guardavano verso il cielo, le fate – una alla volta – piombavano verso il mare, creando delle scie luminose, come stelle cadenti”, aveva detto Grazia. “Carina come storia”, aveva risposto Nico “ma anche se si trattasse solo di una leggenda, il posto merita di essere visto”. Continuarono a camminare, fino a raggiungere un piccolo belvedere. C’erano due ragazzi, poco più che maggiorenni, che si scambiavano giovanili effusioni, espressione di un amore eterno lungo un attimo. Grazia e Nico si sedettero su una staccionata, con le spalle rivolte verso la strada e gli occhi verso il sole che stava iniziando la inesorabile discesa sul mare. I colori iniziavano ad accendersi, il giallo lasciava spazio a tonalità di arancio sempre più accese e le loro imbarazzate parole iniziarono a lasciare spazio al linguaggio non verbale dei corpi. Si avvicinarono pian piano, fin quando la testa di Grazia non si poggiò sulla spalla di Nico. La mano di lui inizio a lisciarle i capelli. Non ci fu un bacio ma una intensa scarica di tenerezza. Quella sera erano uniti in un abbraccio pudico che non aveva l’obbligo di trasformarsi in uno scontro di corpi, ma in un incontro di sensibilità. Erano pinei in quel momento. Così le parole cessarono, il silenzio sprofondò intorno a loro e restarono a godersi gli ultimi frammenti del sole, prima dell’arrivo delle fate e delle loro scie luminose (Caterina).

…STORIA SCRITTA DA LUIGI

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