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LONTANANZE

Erano trascorsi 3 mesi e 12 giorni dall’ultimo incontro. Un silenzio divenuto assenza. Era lì con il suo smartphone a chiedersi perché era fuggito quella notte e non l’aveva più richiamata. E da quella notte lei non aveva più rivisto splendere il sole. Nemmeno Stefy, la sua dolce amica di infanzia era riuscita a scuoterla da quell’amaro torpore che sapeva di anestetico. Era viva ma non sapeva più muovere le sue braccia, le sue gambe e il suo cervello restava intorpidito.

I suoi sensi si risvegliarono dopo giorni, come se fossero stati ingabbiati per mesi, senza che lui se ne accorgesse. Fuggito da se stesso più che da lei; per paura di essere felice l’aveva lasciata una notte di 3 mesi prima ed era scappato via. Troppa complicità per una semplice storia di sesso si era detto. Così aveva iniziato un black-out di settimane, quasi vegetando, attaccato al respiratore delle sue speranze, alla macchina del suo ossigeno che sapeva di falsità. Le era mancata Federica e nemmeno il corpo di un’altra donna lo aveva distolto dal suo sorriso. E in quel momento sentì l’afa opprimergli la coscienza. Sentì l’anima dilaniarsi per una assenza. Sentì la necessità di ritrovarla.

Stancamente caracollava sul ciglio della sua quotidianità quando sentì l’ennesimo messaggio arrivarle sulla solita chat. “Risponderò più tardi a Stefy”, pensò fra sé e sé. Non aveva voglia di ragionare su come impiegare quella inutile serata, aveva solo la necessità di restare sola per uccidersi lentamente col ricordo della scomparsa di Daniele. Parcheggiò l’auto dinanzi alla vetrina di un negozio di scarpe. Diede uno stanco sguardo agli ultimi arrivi, ma ormai neanche lo shopping compulsivo le curava le ferite dell’anima. Si avviò verso lo studio dove avrebbe ripreso il lavoro del giorno prima, senza sussulti e senza voglie. Aprì la borsa, passò il suo dito sullo smartphone e restò sorpresa a leggere quel messaggio.

“Sono stato distante per giorni da te, e mi ritrovo nello stesso punto dove ci siamo smarriti. Ho voglia di te! Dimmi se ci sei per un aperitivo stasera alle 19”. Erano queste le uniche parole che era riuscito a formulare in 30 minuti di pensieri, di messaggi scritti e cancellati, di bozze eliminate. Aveva avuto il timore dei 15 anni nel mandare quel messaggio, ma ora sapeva che stava giocando nuovamente la partita che voleva. Aspettava la risposta di Federica, ma non era certo arrivasse. Lo sperava, come un soldato al fronte nell’attesa di un armistizio.

Fece trascorrere un pò di ore prima di rispondere. Viveva nel paradosso del condannato a morte. Aspettava la fine della sua agonia, ma quando arrivava il momento di morire, si aggrappava agli ultimi scampoli di vita, alle quotidiane gestualità. Aveva voluto ardentemente Daniele in quei mesi e ora che lui era miracolosamente ricomparso, avrebbe insistito per convivere con la sua consolante assenza. Rilesse per la sessantesima volta quel messaggio e decise di rispondere. Un laconico: “Ciao. Per me va bene. Ci vediamo alle 19 al Sequel”.

Trascorsero quelle ore a ripensare su come colmare le lontananze create da loro stessi. Nessuno aveva più voglia di sbagliare e per di più nessuno aveva più voglia di farsi male. Alle 19, puntuali come due amanti vogliosi, si ritrovarono al Seuqel. Su quel nome evocativo avevano scherzato un po’ di mesi prima e quei loro ricordi sembravano le battute di un copione che erano pronti a recitare. Si guardarono imbarazzati negli occhi, si strinsero la mano come due stranieri, rispettosi e distanti, ma con una voglia di riprovare le emozioni dei mesi precedenti. Trascorsero un paio di ore insieme, riscoprendo le proprie abitudini, i cocktail preferiti (che non erano cambiati), i mille giochi con le affusolate noccioline e il ticchettare dei piedi sul bordo delle sedie. Riuscirono a ridurre quei mesi di distanza, ma mancava ancora qualcosa, un attimo di intima complicità. Così Daniele chiese: “Hai ancora qualche ora per noi?”. Timidamente impaurita Federica rispose “Non farmi fare tardi, vorrei tornare a casa presto perché dovrei chiudere un progetto per domani”, ma in cuor suo pregava affinché Daniele allungasse la serata proponendole un abbraccio che sapesse di passato. “So che sembra totalmente stonata questa frase, ma fidati di me” disse Daniele.
Prese il suo smartphone, aprì l’app e dopo un po’ le disse “Dammi 18 minuti del tuo tempo e 31 chilometri da percorrere e poi deciderai se varrà la pena tornare un po’ più tardi”. Salirono in auto ed uscirono dalla città. La Statale correva sotto le ruote della 124 Sport che Daniele aveva comprato solo un mese prima da un vecchio collezionista di auto d’epoca. Arrivarono che era già notte, ma una di quelle notti stellate e fresche che aiutano il corpo a rigenerarsi dopo la prima afa estiva. Spensero il motore, alzarono gli occhi al cielo, perdendosi fra nebulose e stelle cadenti e silenziosamente si ritrovarono sotto le confortanti stelle di Cassiopea, come se quei mesi non fossero mai esistiti, come se le lontananze fossero solo l’incubo da cui si erano finalmente svegliati.

…STORIA SCRITTA DA MATTEO

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